TECLA EDITIONS


Francesco Molino:

Grand Trio Concertant, op. 30

for violin or flute, viola, and guitar. Re-engraved, score and parts. TECLA 235.

 

Review of this edition by Marco Riboni in Il Fronimo, July 2005, in Italian:

Erano ormai diversi anni che il nostro collaboratore Francesco Biraghi suonava in pubblico assieme ai suoi partners cameristici – e con il consueto entusiasmo – il Grand Trio Concertant op. 30 di Francesco Molino. Ora, grazie all’intraprendenza di Brian Jeffery – editore da sempre assai attivo in ambito chitarristico – questa splendida composizione vede finalmente le stampe in edizione moderna e viene così messa a disposizione di tutti gli interpreti. E sì, perché finora per quanto ne sappiamo era il solo Biraghi a possedere una copia completa dell’edizione ottocentesca: da quanto possiamo infatti apprendere dalle note da lui stesso compilate a margine della prefazione di Jeffery, dopo avere scoperto che l’esemplare conservato alla Biblioteca Nazionale di Parigi era incompleto nelle parti e quindi ineseguibile, egli chiese lumi a Ruggero Chiesa che, nella seconda metà degli anni Ottanta, gli consigliò di cercare oltreoceano. Come di consueto, il fiuto musicologico di Ruggero si revelò proverbiale e il suggerimento portò a buon fine la ricerca. Biraghi ha poi sottoposto l’op. 30 di Molino all’attenzione di Jeffery che ha quindi provveduto a realizzare questa bella edizione.

La struttura del brano è articolata in quattro ampi movimenti: Larghetto iniziale in Mi minore, Tema con sei variazioni in Sol maggiore, quindi Minuetto e Trio (col da capo) ancora in Sol maggiore e il solito Rondò Allegretto, anch’esso in Sol maggiore, che porta l’opera al suo compimento.

Il Larghetto iniziale è dolcissimo e fin dalle prima battute manifesta chiaramente la peculiarità di scrittura più spiccata del brano, ossia una strettissima concertazione delle parti. Il tema seguente ha una temperatura affettiva molto diversa e denota una icasticità tutta paganiniana ma, al contrario delle opere cameristiche del grande genovese, anche in questo frangente la chitarra ha un dialogo ben più fitto e amalgamato con i due strumenti melodici. Le variazioni vedono poi il consueto dispiegarsi di virtuosismi idiomatici per ogni strumento che incorniciano simmetricamente la struggente pateticità della immancabile e centrale variazione in minore. Il Minuetto esordisce invece con una saporosa imitazione da parte della viola di un organetto mentre nel Trio la chitarra assurge al ruolo di autentica protagonista. L’elegante e spigliato Rondò finale, dove la parte della chitarra si fonde felicemente, anzi quasi si avviluppa sopra le fini trame degli altri due strumenti melodici, conclude quindi il Grand Trio nella maniera più opportuna.

Colpisce di questa op. 30 di Molino la spiccata personalità: non può essere né di Giuliani, né di Carulli o Diabelli, per intenderci. Lo stile impiegato, quell particolare uso delle appoggiature così galante e carezzevole senza essere lezioso, la felicità e – ripetiamo – l’icastaticità melodica, l’intreccio fitto ma lieve e aggraziato della concertazione rendono questo brano difficilmente confondibile con le opere di altri autori, pur – se vogliamo – più dotati e famosi.

Siamo in presenza quindi di una composizione di ampio respire – a seconda dei tempi staccati potrebbe durare all’incirca dai quindici ai venti minuti, ossia metà di un tempo di concerto – ma, soprattutto, di un’opera che si può tranquillamente affiancare al riuscitissimo Grand Trio Concertant op. 45 o al Concerto op.56, vale a dire i vertici della produzione musicale dell’autore piemontese.

Un’ultima annotazione riguarda la preferenza dell’impiego del violino al posto del flauto, sia per la evidente idiomaticità di scrittura pensata per lo strumento ad arco, sia per il suo impasto perfetto con il timbro scuro della viola. Ciò non significa affatto che l’impiego dello strumento a fiato sia sconsigliabile, anzi… Solamente il flautista deve essere ben attento a curare l’emissione e il fraseggio per non porsi – come dire? – in una posizione fonicamente un po’ distante dai due strumenti a corda.

L’edizione è, come di consueto per la Tecla, molto curata sia nella grafica che nella impaginazione (ricordiamo che è provvista di partitura e parti), con discrete ma sufficienti prefazione e note critiche compilate da Brian Jeffery. Per chi vuole servirsi delle più recenti tecnologie, la pubblicazione è anche acquistabile direttamente dal sito www.tecla.com con una semplice operazione di download.

Per concludere, quindi, siamo in presenza di un brano decisamente consigliabile e che ci auguriamo di sentire quanto prima in sala da concerto ma anche su CD.

Marco Riboni

 

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